Il Pd che vota Tony
Se non si vuole arrugginire a Bruxelles, serve Blair
Al direttore - Il nuovo ruolo di Presidente del Consiglio europeo, un’innovazione del Trattato di Lisbona che pone fine all’insostenibile rotazione semestrale della presidenza Ue, è ancora in cerca di autore. Si ha l’impressione che per definirne statura politica e prerogative conteranno, più che i regolamenti attuativi ancora allo studio, lo stile e la personalità di chi per primo rivestirà quel ruolo. Emilio Ciarlo, responsabile Dipartimento internazionale Pd Leggi Il Foglio e l'Economist vogliono sabotare Blair? - Leggi l'appello Noi per Tony - Read Tony Blair for president in English - Leggi il commento di Danton

Già di per sé indicare una figura forte come quella di Blair significherebbe voler inviare il messaggio di un nuovo protagonismo dell’Europa, una volontà di rilancio che andrebbe oltre l’effettiva sostanza politica e la solidità dei meccanismi istituzionali europei, ancora inadeguati. L’attesa di Europa è tale che un leader in grado di rappresentarne e comunicarne l’idea sarebbe capace di nutrire la sostanza, facendo in modo che questa volta, la politica preceda le “politiche”. Abbiamo avuto prova di cosa ciò significhi con l’azione di Sarkozy nell’estate della crisi georgiana quando un’interpretazione forte del ruolo di presidente di turno, insieme all’autorevolezza, al tempismo e alla capacità di comunicazione hanno regalato all’Europa un raro successo sulla scena internazionale. Inoltre, la visione del Blair leader internazionale sembra costruita sugli orizzonti essenziali del futuro europeo: il medio oriente, l’Africa (sua l’iniziativa che al G8 di Gleaneagles ha riportato i problemi di quel continente nell’agenda internazionale), il dialogo tra le religioni di cui si occupa la Blair Faith Foundation.
“Gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento, muoiono nell’inerzia di fronte alle sfide” dichiarava nel 2005 l’allora premier britannico di fronte al Parlamento europeo, all’avvio del semestre di presidenza europeo, pronunciando il miglior discorso del genere, da rileggere o meglio riascoltare per fugare ogni obiezione sull’europeismo blairiano. Se alcune di queste obiezioni sono infondate altre possono addirittura esser considerate altrettanti punti di forza per Blair. Il suo solido rapporto con gli Usa, oggi che alla casa Bianca non c’è più Bush ma Obama, potrebbe essere il mezzo per costruire una leadership più cooperativa ed equilibrata con Washington attorno a idee forza di matrice, questa volta, europea: riconversione verde dell’economia, globalizzazione dei diritti, revisione dei “legal standard” e della governance politica ed economica, multilateralismo.
Nonostante il grave errore della guerra in Iraq, Blair aiuterebbe nella ricerca di un “idealismo democratico temperato” in politica estera, non arrogante e velleitario e tuttavia lontano dal semplice ritorno alla cinica “realpolitik”, la scelta più comoda in tempi di incertezza. Il fatto di non provenire, poi, da un paese dell’area Euro o di Shengen potrebbe, da una parte, dare una mano a quanti pensano di entrare nel club (ad iniziare dalla Gran Bretagna con l’euro, vecchia battaglia del leader inglese) mentre, dall’altra, aiuterebbe a rappresentare il “massimo comune multiplo” del cerchio più largo dei Ventisette, senza per questo essere di ostacolo ad altre forme di “cooperazioni rafforzate”. La sinistra, poi, si convinca: Blair è meglio di Sarkozy, di Zapatero e Gonzales in materia di immigrazione, dove le sue posizioni liberali sono molto distanti da quelle del governo italiano, ed è l’unico esponente di centrosinistra che può sperare di farcela in un’Europa di centrodestra, bilanciando così il “meridionale” e conservatore Barroso. Ci sono momenti in cui occorre abbracciare, parafrasando il titolo del fortunato libro di Barack Obama, l’audacia della speranza. Se Tony non ce la facesse, l’alternativa sarebbe qualche onesto sensale, politicamente ineccepibile, che ci scamperebbe dai rischi dell’audacia ma, insieme, riporrebbe su uno scaffale più in alto la forza della speranza.
Emilio Ciarlo, responsabile Dipartimento
internazionale Pd – Camera dei Deputati
Emilio Ciarlo, responsabile Dipartimento
internazionale Pd – Camera dei Deputati
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